Posto di fronte all’incarico di disegnare un divano (e un letto che ne discendesse), Chigiotti ripensa a Vienna, la grande Vienna degli inizi del secolo scorso ove Wagner e Loos, piuttosto che Kokoschka, Klimt e Schiele ascoltavano Mahler e Schoenberg, leggevano Schnitzler e Freud. Ripensa nello specifico a Josef Hoffmann (in modo del tutto
dichiarato: il divano si chiama Hoff) e al suo processo di “geometrizzazione del mondo”che si poneva come risposta, razionale, al sensuale biomorfismo del liberty. Ad Hoffmann Chigiotti si ispira nella modulazione del capitonné quadrettato, ma anche, più sottilmente, nelle proporzioni, in quel gioco delle parti che consente di
ottenere una seduta sostenuta, ma confortevole. Con l’intento di recuperare una serie di riti borghesi, primo fra tutti quello delle conversazione, oggi dimenticato a favore dell’isolamento autistico provocato dai mass-media. Potremmo giungere a sostenere che “la conversazione” è la molla, la chiave di lettura del progetto HOFF.