Freespace. Viaggio tra i padiglioni della Biennale di Architettura

'La generosità che l’architettura colloca al centro della propria agenda'. Il tema scelto da Grafton Architects

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Freespace. Viaggio tra i padiglioni della Biennale di Architettura

30/07/2018 - Yvonne Farrell e Shelley McNamara, Grafton Architects, sono le curatrici della 16. Biennale di Architettura, che si svolge fino al 25 novembre 2018 ai Giardini e all’Arsenale e in vari luoghi di Venezia. Il titolo scelto è Freespace, che rappresenta secondo le parole dei due architetti: “la generosità e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda, concentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio”.

Il tema curatoriale lasciava molta libertà di interpretazione ai partecipanti che hanno sviluppato diverse riflessioni e ricerche teoriche e progettuali, alcune delle quali saltano all’occhio per il livello di sperimentazione nell’applicazione dei materiali che presentavano.

Ne è un esempio la struttura costruita da VTN Architects (Vo Trong Nghia) di fronte alle Corderie dell’Arsenale. Lo studio vietnamita vede nell’utilizzo del bamboo una concreta alternativa a più canonici materiali da costruzione quali il legno, l’acciaio e il calcestruzzo, definendolo addirittura “l’acciaio verde del ventunesimo secolo”.

A un primo sguardo sembra infatti di trovarsi di fronte a un’imponente struttura in acciaio per l’armatura di una copertura in calcestruzzo. Senza dubbio il risultato presentato colpisce per l’eleganza, la leggerezza e la solidità che la struttura, chiamata Bamboo Stalactite, emana, donando inoltre un gradito riparo all’ombra ai visitatori sotto l’elaborata copertura retta dalle undici colonne rastremate e intrecciate.

Sempre incentrata sul rapporto tra uomo e risorse naturali l’installazione contenuta all’interno del Padiglione Paesi Nordici nei Giardini della Biennale presenta però un diverso spunto di riflessione sull’argomento.

Secondo i curatori Eero Lundén e Juulia Kauste l’impatto geologico dell’attività umana è stato capace di cambiare il comportamento del nostro pianeta, creando una nuova epoca, l’epoca dell’Antropocene. E’ tempo quindi di ripensare la relazione tra edifici e ecologia, in cui l’architettura dovrebbe essere considerata un mezzo per ridefinire il completo ciclo di costruzione, dai componenti più semplici ai sistemi operativi.

Another Generosity cerca quindi attraverso un’esperienza spaziale di intensificare il rapporto tra ambiente edificato e natura, attraverso la creazione di strutture semplici contenenti i due elementi base necessari alla vita: acqua e aria. Gli elementi gonfiati pulsano rispondendo agli stimoli esterni, in un delicato e morbido equilibrio di incertezza che elegantemente contrasta le linee chiare e sicure del padiglione progettato da Sverre Fehn.

All’interno del padiglione Stati Uniti, intitolato Dimension of Citizenship, i materiali tornano protagonisti in due installazioni diverse tra loro ma che riflettono entrambe efficacemente sul rapporto tra architettura e cittadinanza, concentrandosi sulla precaria fascia di territorio che comprende il confine tra USA e Messico.

Stone Stories affida a una serie di ciottoli trasportati dalla città di Memphis al padiglione il difficile compito di raccontare ai visitatori un luogo, il Memphis Landing, porta e approdo fluviale della città che pur avendo sempre svolto un ruolo chiave come centro commerciale e di aggregazione sociale per le sponde del Mississippi, oggi giace in uno stato di dormiente di inattività in attesa di una nuova funzione civica.

Ecological Citizens pone invece le sue basi sul rapporto indissolubile tra cultura e natura e sulla ricchezza degli ecosistemi naturali presenti nei nostri territori, capaci di sfidare e rompere persino i confini politici.

In quest’ottica il concetto di “regione” fondato su potere e arbitrarie decisioni geopolitiche viene meno, lasciando spazio alla creazione di “nuove regioni”, basate sulla coesione e la collaborazione tra cittadini impegnati nella salvaguardia del territorio naturale. L’installazione presenta quindi delle architetture che con il coinvolgimento di una cittadinanza informata (scienziati, attivisti e progettisti) promuovono la rigenerazione biofisica: barriere sedimentali, fascine, pali in fibra di cocco biodegradabile, unità per micro-maree in Econcrete®.

Al termine della Biennale questi elementi saranno collocati nelle vicinanze dell’Isola Certosa, collaborando a un progetto di creazione di una palude salmastra e revitalizzando così terreni ricchi di biodiversità.

Spostandoci invece nel Padiglione Centrale ci siamo imbattuti in un’intressante selezione critica di elementi e materiali di facciata creata dalla collaborazione di diversi studi di architettura irlandesi. I progetti scelti, insieme ai corrispettivi modelli in scala reale delle soluzioni di facciata, portano il visitatore a una riflessione sulla modernità e attualità di alcuni materiali ormai considerati obsoleti.

Il progetto scelto da Taka Architects è quello del Centro Comunal y Recreativo Nueva Santa Fe a Bogotà dell’architetto colombiano Rogelio Salmona. Il mattone, qui trattato con una serie di sistemi incollaggio e forature, viene utilizzato per creare con maestria stratificazioni che trasmettono l’eredità culturale del luogo unendo arcaico e contemporaneo.

GKMP Architects scelgono invece la sinuosità dell’Edificio Girasol a Madrid di José Antonio Coderch de Sentmenat ricreando con un’installazione a lamelle di legno le intriganti curveche rievocano i muri originali dell’edificio, rivestiti in piastrelle di terracotta.

Non si può infine non fare cenno all’installazione creata dagli architetti Caruso St John per il padiglione britannico, un esempio meno interessante dal punto di vista della sperimentazione nel campo dei materiali ma senza dubbio dotato di un forte impatto visivo.

Il padiglione si presenta infatti completamente vuoto a un primo sguardo, privo di qualsiasi tipo allestimento e con la facciata ricoperta da una struttura di ponteggi a tubi innocenti, quasi a suggerire un processo di cantiere messo in atto e mai terminato.

I ponteggi hanno in realtà la funzione di reggere un’ampia piattaforma lignea installata sul tetto del padiglione. Il colmo della copertura fa capolino al centro della piattaforma come un isolotto (Island è infatti il titolo dell’installazione) sperduto in mezzo al mare. Oltre a offrire un luogo di rifugio e un’inedita e suggestiva vista della laguna Island suggerisce un parallelismo di critica tra la struttura creata e la scelta di “isolamento” fatta dall’Inghilterra tramite il referendum Brexit di due anni fa.

In collaborazione con Material ConneXion Italia

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